Fiemmesi a Rodi un documentario per raccontarne la storia

Da il 1 aprile 2013
municipio di rodi

Un documentario per raccontare i luoghi e le vicende dell’emigrazione fiemmese a Rodi. Una storia poco conosciuta, che ha lasciato sull’isola greca numerosi segni della presenza di boscaioli e segantini partiti dalla valle dell’Avisio a cercare fortuna negli anni Trenta del secolo scorso, quando la Grecia era un protettorato italiano.

Dopo la pubblicazione nel 2012 del libro “Campochiaro, gli uomini del legno nell’isola delle rose” (Curcu&Genovese Associati Srl) del giornalista e scrittore Renzo Maria Grosselli, la comunità ha accolto la richiesta di finanziamento presentata dall’autore per un documentario storico sulla vicenda. Il video sarà realizzato dallo stesso Grosselli per la parte di regia (insieme ad Agrippino Russo), di testi e voce narrante e da Luca Vianini di Verona per la parte musicale. Il progetto avrà un costo di 19.900 euro (esclusi Iva, Irap e oneri previdenziali), comprensivi del compenso ai professionisti e delle spese di produzione.

 Fiemmesi a Rodi un documentario per raccontarne la storia

 “Crediamo molto nell’importanza di questo documentario come testimonianza di una parte della storia di Fiemme dimenticata. Io stesso sono stato a Campochiaro, il villaggio costruito a Rodi dai fiemmesi, e le testimonianze del loro passaggio sono ancora numerose.

Vicino al porto della città che dà il nome all’isola, è ancora conservata una sega progettata dall’allora ingegnere forestale del demanio di Cavalese, Giuseppe Valcanover. Ma lo stesso villaggio di Campochiaro è ancora esistente, anche se ha cambiato nome e ora si chiama Eleousa”, racconta il presidente della Comunità Territoriale della Val di Fiemme, Raffaele Zancanella. “É una storia che racconta la povertà di questa valle all’inizio del secolo scorso, dei sogni di riscatto di chi sperava di trovare un futuro diverso altrove, delle aspettative deluse di chi fu costretto a rientrare in patria a causa delle vicende belliche. Anche se queste storie sembrano ormai lontane perché le condizioni di vita sono completamente cambiate, è importante- anzi, fondamentale- mantenere viva la memoria e non dimenticare”.   Monica Gabrielli Cavalese, 1 aprile 2013 

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DA FIEMME A RODI, GLI UOMINI DEL LEGNO SULL’ISOLA DELLE ROSE

Non soltanto un accurato e meritevole lavoro di ricostruzione storica e dunque di memoria restituita, specie alle giovani generazioni, ma anche un tassello in quella necessaria costruzione della identità delle nostre comunità: in questo caso quella della valle di Fiemme che a metà del secolo scorso, in condizioni difficili, scelse la strada dell’emigrazione portando nel cuore del Mediterraneo, a Rodi, la secolare esperienza dei boscaioli. E dunque, nel contesto di anni segnati da laceranti conflitti, anche una straordinaria vicenda di pace, lavoro, fatica. Una vicenda che oggi può essere finalmente conosciuta da tutti i trentini, e non solo”. Così Mauro Gilmozzi, assessore all’urbanistica, enti locali e personale della Provincia autonoma di Trento, durante la presentazione, oggi, nella sala stampa di piazza Dante, del volume ““Gli uomini del legno sull’isola delle Rose. La vicenda storica del villaggio italiano di Campochiaro a Rodi 1935-1947” (Curcu & Genovese editore). Il libro ricostruisce, anche con l’ausilio di immagini inedite, una pagina di storia sconosciuta ai più ed è frutto del lavoro di scrittura e ricerca del Comitato familiari degli emigrati fiemmesi a Rodi e del giornalista e scrittore Renzo Maria Grosselli. Alla presentazione, accanto all’assessore Gilmozzi, l’assessore alla cultura del comune di Cavalese, Sergio Finato; Renzo Maria Grosselli e una rappresentanza del Comitato familiari degli emigrati fiemmesi a Rodi, con il presidente Riccardo Selle, Franca Degiampietro e Giampaolo Corradini. Ma era presente, non senza emozione, anche un folto gruppo di persone, oggi anziane, che hanno vissuto direttamente quella epopea.


Nel 1935 dalla Valle di Fiemme giunse sull’Isola di Rodi, Protettorato italiano, un gruppo di boscaioli e segantini fiemmesi con le famiglie. Il governatore italiano Mario Lago creò per loro un nuovo villaggio che fu chiamato Campochiaro. Li raggiunsero altri convalligiani e pochi altri trentini. Avrebbero dovuto, con minoranze altoatesine e friulane, occuparsi della coltivazione delle locali foreste, depauperate nel corso degli ultimi secoli. Una emigrazione organizzata al meglio che, nelle intenzioni della maggioranza dei trentini, doveva essere definitiva. Ma la “Grande Storia” aveva deciso altrimenti. Il Dodecaneso, a partire dalla fine del 1936, divenne un avamposto “strategico” del nuovo impero italiano e conobbe un processo di massiccia militarizzazione. Quindi, con l’entrata in guerra dell’Italia, fu stretto nella morsa navale e aerea degli inglesi con continui bombardamenti e scarsità di viveri. Una parte dei trentini scelse di rientrare nella propria terra nel 1939, altri nel 1943, quando l’Arcipelago passò sotto lo spietato controllo dell’esercito tedesco. Con la sconfitta dell’Italia, e dopo due anni di amministrazione inglese, il Dodecaneso passò sotto amministrazione greca e le famiglie trentine che avevano sperato di poter rimanere in quella terra, in cui avevano intessuto rapporti di amicizia e reciproca stima con la popolazione locale, dovettero lasciare l’isola. Le ultime fecero rientro in patria nel 1947. Campochiaro, ora abitata da famiglie greche, cambiò di nome, venendo a chiamarsi Eleoussa. A partire dagli anni ‘80 nacque in Valle di Fiemme un flusso di turismo verso Rodi, fatto di ex emigrati e di loro figli e nipoti che, nei decenni, avevano trasformato in un «mito» le vicende di quella emigrazione.

Così Franca Degiampietro, Giampaolo Corradini e Riccardo Selle - del Comitato familiari degli emigrati fiemmesi a Rodi - hanno ricostruito la genesi di un libro che, è stato detto durante la presentazione di oggi, “sembrava un sogno ed è oggi diventato, grazie all’impegno e all’entusiasmo di molti, un importante documento. “Nel “frenetico andamento della vita moderna” risulta sempre più difficile guardarsi indietro e pensare a quanto qualcuno prima di noi ha detto e fatto; inoltre, spesso, è la stessa pigrizia che ha il sopravvento e tutto ciò ci porta a posticipare azioni ed infine, inesorabilmente e drammaticamente, a dimenticare. Qualche anno fa Riccardo Selle ha proposto a noi, Franca Degiampietro e Giampaolo Corradini, a nostra volta figli di emigrati, di realizzare un sogno: riportare alla memoria un periodo storico di emigrazione “fiemmese” nell’isola di Rodi (Grecia) dove, lui bambino, seguì la famiglia. Ci siamo trovati di fronte ad una scelta: intraprendere o meno un viaggio, con l’intento di raccogliere testimonianze verbali (le poche dei fortunati “sopravvissuti”), scritti, racconti di figli e nipoti, tante immagini, spesso ingiallite dal tempo ma sempre splendide, elementi di un passato non molto lontano, vissuto in una (allora) lontana isola del Mare Egeo, dalle nostre madri e dai nostri padri. Se ne era spesso parlato, fra parenti ed amici dei Fiemmesi di Rodi, ma era fino ad oggi rimasta un’intenzione, un’idea ‘allo stato larvale’ si potrebbe dire. Se il tempo e un pizzico di slancio, ma non certo la volontà, erano mancati ai nostri predecessori, la torcia è stata passata ai figli ancora accesa. Di qui l’idea, e le radici intime, di questo documento: un paziente lavoro che ci ha impegnato per alcuni anni ma che ci ha, sin dall’inizio, entusiasmati e che ci appassiona ancora scrivendo queste brevi righe di presentazione nelle quali vorremmo trasmettere quanto noi ora, una volta ultimato il percorso, avvertiamo. Tutto è avvenuto in un crescendo di emozioni: ritrovare una lettera diligentemente scritta ed indirizzata al coniuge in Patria, come rivedere un parente su una piccola immagine fotografica ritagliata a seghetto è stata per noi e per tutti coloro che con noi hanno ‘scritto’ questo documento ripercorrere non solo una parentesi di storia. Non si tratta di un semplice debito di riconoscenza nei confronti di persone che hanno tracciato il solco prima di noi: è un valore che va ritrovato nello stesso entusiasmo con cui gli stessi interpreti di quelle esperienze raccontavano a noi il loro modo di lavorare, studiare, divertirsi, in una parola il loro ‘vivere’ in quelle terre. “Ricordare” nel senso di “riportare nel cuore”: questo è quanto era il nostro intendimento sin dall’inizio di questo viaggio. Nel nostro cammino abbiamo coinvolto tantissimi “testimoni” ed amici, che vogliamo ringraziare avendo con noi entusiasticamente e senza alcuna riserva collaborato. Anche in loro abbiamo ritrovato le nostre emozioni. Un particolare ringraziamento a Renzo Maria Grosselli che ha accolto, senza esitazione fin dai primi momenti, la proposta di produrne un documento di significativo valore storico. Come pure un grazie a coloro che hanno creduto al nostro progetto ed hanno contribuito finanziariamente alla realizzazione del presente volume. Cosa altro dire? L’entusiasmo del ricordo ci ha affascinato e continuerà ad affascinarci; chissà, questa opera potrà essere un buon inizio”.

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