Massimiliano Kolbe in mostra a Cavalese

Da il 27 luglio 2014
massimiliano kolbe mostra a cavalese fiemme

Presentazione lunedì 4 agosto ore 20.45 presso la Chiesa dei Frati Francescani di Cavalese

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento tedeschi. Il papa Giovanni Paolo II ha detto di lui, che con il suo martirio egli ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”. Massimiliano Kolbe nacque il 7 gennaio 1894 a Zdunska-Wola in Polonia, da genitori ferventi cristiani; il suo nome al battesimo fu quello di Raimondo. Papà Giulio, operaio tessile era un patriota che non sopportava la divisione della Polonia di allora in tre parti, dominate da Russia, Germania ed Austria; dei cinque figli avuti, rimasero in vita ai Kolbe solo tre, Francesco, Raimondo e Giuseppe. A causa delle scarse risorse finanziarie solo il primogenito poté frequentare la scuola, mentre Raimondo cercò di imparare qualcosa tramite un prete e poi con il farmacista del paese; nella zona austriaca, a Leopoli, si stabilirono i francescani, i quali conosciuti i Kolbe, proposero ai genitori di accogliere nel loro collegio i primi due fratelli più grandi; essi consci che nella zona russa dove risiedevano non avrebbero potuto dare un indirizzo e una formazione intellettuale e cristiana ai propri figli, a causa del regime imperante, accondiscesero; anzi liberi ormai della cura dei figli, il 9 luglio 1908, decisero di entrare loro stessi in convento, Giulio nei Terziari francescani di Cracovia, ma morì ucciso non si sa bene se dai tedeschi o dai russi, per il suo patriottismo, mentre la madre Maria divenne francescana a Leopoli.

massimiliano kolbe mostra a cavalese fiemme Massimiliano Kolbe in mostra a Cavalese 

Anche il terzo figlio Giuseppe dopo un periodo in un pensionamento benedettino, entrò fra i francescani. I due fratelli Francesco e Raimondo dal collegio passarono entrambi nel noviziato francescano, ma il primo, in seguito ne uscì dedicandosi alla carriera militare, prendendo parte alla Prima Guerra Mondiale e scomparendo in un campo di concentramento. Raimondo divenuto Massimiliano, dopo il noviziato fu inviato a Roma, dove restò sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico, venendo ordinato sacerdote il 28 aprile 1918. Nel suo soggiorno romano avvennero due fatti particolari, uno riguardo la sua salute, un giorno mentre giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca, fu l’inizio di una malattia che con alti e bassi l’accompagnò per tutta la vita.

Poi in quei tempi influenzati dal Modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, Massimiliano Kolbe non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria. Ritornato in Polonia a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute, era praticamente inutilizzabile nell’insegnamento o nella predicazione, non potendo parlare a lungo; per cui con i permessi dei superiori e del vescovo, si dedicò a quella sua invenzione di devozione mariana, la “Milizia dell’Immacolata”, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.

Alternando periodi di riposo a causa della tubercolosi che avanzava, padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”. A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nel contempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’; quello che avvenne negli anni successivi, ha del miracoloso, dalle prime capanne si passò ad edifici in mattoni, dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo, il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiunsero altri sette periodici.

Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, sempre con il permesso dei superiori si recò in Giappone, dove dopo le prime incertezze, poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki; il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.

In questa città si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica; collaborando con ebrei, protestanti, buddisti, era alla ricerca del fondo di verità esistente in ogni religione; aprì una Casa anche ad Ernakulam in India sulla costa occidentale. Per poterlo curare della malattia, fu richiamato in Polonia a Niepokalanow, che era diventata nel frattempo una vera cittadina operosa intorno alla stampa dei vari periodici, tutti di elevata tiratura, con i 762 religiosi, vi erano anche 127 seminaristi. Ma ormai la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e padre Kolbe, presagiva la sua fine e quella della sua Opera, preparando per questo i suoi confratelli; infatti dopo l’invasione del 1° settembre 1939, i nazisti ordinarono lo scioglimento di Niepokalanow; a tutti i religiosi che partivano spargendosi per il mondo, egli raccomandava “Non dimenticate l’amore”, rimasero circa 40 frati, che trasformarono la ‘Città’ in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi.

Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre; ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei, ma durò solo qualche mese, poi i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, visto l’origine del suo cognome, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati, venne imprigionato. Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. Il 28 maggio fu trasferito ad Auschwitz, tristemente famoso come campo di sterminio, i suoi quattro confratelli l’avevano preceduto un mese prima; fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.

La sua dignità di sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.

La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro; dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano, allora le SS decisero, che giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.

Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca. Il suo fulgido martirio gli ha aperto la strada della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971 con papa Paolo VI e poi è stato canonizzato il 10 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II, suo concittadino.

Michelangelo da Padova ci scrive quanto segue:

Ad integrazione dell’articolo di presentazione della Mostra di Cavalese su San Massimiliano M. Kolbe, mi preme far sapere che a Padova due chiese, tra di loro assai diverse ma entrambe importanti per ciò che rappresentano agli occhi dei fedeli, ricordano la sublime figura di questo Santo e lo propongono alla venerazione di moltissimi devoti: si tratta della Basilica del Santo e del Tempio dell’Internato Ignoto.

Nella Basilica del Santo gli è stato dedicato un altare, perché sia S. Antonio da Padova (in realtà da Lisbona) che S. Massimiliano Kolbe appartenevano al medesimo ordine religioso dei frati francescani e in epoche lontane tra loro (sec. XIV il primo, sec. XX il secondo)  si sono entrambi adoperati con tutte  le proprie energie in favore dei deboli contro le angherie dei potenti.

A S. Massimiliano Kolbe è dedicato il primo altare appena entrati nella navata laterale di sinistra, su cui è collocata una pala di notevoli dimensioni (3,67 m x 1,71 m) che raffigura La morte e la salita in cielo di San Massimiliano Kolbe (1981). Nella parte inferiore della pala si vede il cadavere del Santo contratto e sfigurato dal martirio nel campo di concentramento di Auschwitz; al centro la sua salita al cielo, mentre nella parte superiore la Madonna lo incorona nella gloria. Il dipinto è opera del grande Pietro Annigoni (1910-1988), importante esponente dell’arte moderna fedele al realismo in tutta la sua produzione. Nonostante  sia ricordato come ”il pittore delle regine”, egli ha dimostrato anche in questa pala la sua predisposizione a ritrarre “persone meno agiate”, descrivendone fedelmente tanto l’aspetto esteriore quanto quello interiore. (Fig. 1)

L’altra chiesa, che ha scelto questo Santo per dedicargli un altare con relativa pala, è il Tempio Nazionale dell’Internato Ignoto, voluto con grande decisione da don Giovanni Fortin , un prete padovano deportato a Dachau. Sopravvissuto e tornato in patria, per soddisfare un voto fatto da alcuni internati padovani e veneziani egli ha promosso la costruzione di questa chiesa/monumento nazionale (consacrata il 3 settembre 1955) per ricordare tutti i morti dei campi di concentramento/internamento; tra tutti questi l’esempio più sublime di sacrificio e altruismo è stato quello dato dal francescano padre M: Kolbe: a somiglianza di Cristo anch’egli  ha sacrificato la propria vita per il prossimo. La pala è opera del pittore fiorentino Pietro Ricci, pure lui ex internato: il pittore ha voluto ricordarlo come il patrono di tutti i prigionieri, raffigurandolo in piedi, austero, tra due campi-lager, quello degli internati politici e quello degli internati militari. (Fig. 2 e 3)

Alla chiesa è stato dato questo nome in onore dei moltissimi deportati tragicamente scomparsi senza poter essere recuperati, e perciò nell’atrio sono conservati i resti mortali di un internato ignoto proveniente dalla Germania. Il 13 settembre 1999 il Presidente del Senato, Nicola Mancino, ha consegnato la medaglia d’oro al valor militare conferita dall’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, alla memoria dell’Internato Ignoto.

Nel piazzale antistante il tempio e lungo il viale di accesso sono stati eretti dei cippi in trachite con inciso il nome di un lager; su altri una semplice croce con i dati anagrafici in bronzo a ricordo di qualche vittima illustre (per es. Mafalda di Savoia), tra i quali anche il cippo che ricorda San Massimiliano Kolbe. (Fig. 4)

A fianco della chiesa è stato allestito il Museo dell’Internamento, unico in Italia, che offre ai visitatori la possibilità di essere documentati sui lager, sui prigionieri ivi costretti ai lavori forzati, con una raccolta di oggetti, diari e cimeli (tra cui la famosa radiolina “Caterina”), e anche la giacca di don Giovanni Fortin, e altra divisa completa simile a quella indossata dal nostro Santo. (Fig. 5)   

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