Ospedale di Fiemme. Riflessioni sulla sanità

Da il 18 novembre 2014
ospedale fiemme cavalese

Di Giuseppina Vanzo - Potrebbe essere proprio la Sanità, il primo gradino per la perdita dell’Autonomia.

  • Va rivendicata l’assoluta peculiarità di ogni ospedale cosi detto di valle in  rapporto alle professionalità presenti, al bacino di utenza residenti e turistico, alla logistica dei trasporti che può portare la popolazione a recarsi fuori provincia ( vanificando i tagli operati) e ai reali bisogni di salute della popolazione, per questi motivi l’ospedale di Cavalese non potrà mai essere quello di Borgo o quello di Tione ecc.
  • I tagli prospettati sembra che diventeranno operativi prima di una chiara e trasparente riorganizzazione delle strutture centrali che dovrebbero occuparsi sia dei cittadini residenti sul loro territorio che di quelli provenienti dalle valli. L’ulteriore rinvio dell’inizio dei lavori per la costruzione del nuovo ospedale trentino,  mette ancora più in evidenza le carenze degli ospedali di Trento e Rovereto  che già ora faticano ad affrontare gli attuali carichi di lavoro in situazioni logistiche spesso di disagio per i pazienti e per gli operatori. Sale operatorie con una disponibilità sempre minore e frequenti rinvii di interventi programmati e addirittura anche di urgenze, (la cronaca di questo ultimo anno ha già riportato casi simili), altro esempio l’affollamento delle sale di degenza. C’è chi vuole fare tagli da subito ma senza il preventivo potenziamento delle capacità recettive degli ospedali centrali, e senza l’indispensabile potenziamento delle attività sul territorio (domiciliari e no).
  • Anche il futuro nuovo ospedale trentino, previsto già con un limitato numero di posti letto, inferiore all’attuale disponibilità dell’ospedale di Trento, non potrà operare secondo i decantati criteri di qualità ed eccellenza dovendo occuparsi della ben più numerosa realtà quotidiana.
  • E’ vero che il Ministro della Salute ha ribadito recentemente il limite dei 500 parti come soglia di sicurezza per le mamme e i bambini, in realtà per l’ospedale di Cavalese i dati di mortalità e il tasso di complicazioni sono tra i migliori in Europa! Evidentemente non è un problema di qualità ma solo di costi! E’ vero che un numero basso di parti seguiti dallo stesso personale può portare ad una diminuzione del livello delle prestazioni professionali ma questo handicap è facilmente superabile con la mobilità del personale più esperto tra i vari ospedali, senza far ricadere sulla popolazione alcun disagio supplementare. Come si può pensare di inviare una partoriente a 60 km di distanza (fino a 98 per la Val di Fassa), creando disagi alla famiglia, allontanando la donna dalla propria cerchia di affetti? E tutto per essere ricoverata in un ospedale dove le stanze di degenza sono insufficienti, dove per evitare di sovraffollare ulteriormente i corridoi del reparto magari si interverrà riducendo i tempi di degenza a 1o 2  giorni nelle primipare e a poche ore nelle pluripare, senza tenere conto delle difficoltà che la donna ha nei primi giorni dopo il parto sia come donna sia come mamma. Dove il parto indolore (obiettivo indicato con molta decisione dal Ministero) viene effettuato in casi quasi eccezionali (Cles 20% dei parti indolore, Cavalese 13% Trento Santa Chiara poco più dell’1% uno!), dove la possibilità di avere il proprio neonato in stanza non è costante!  E’ questa la tanto decantata qualità? E’ vero che nascere a Cavalese costa di più che in altri centri, ma la spiegazione è che i costi comunque necessari per il mantenimento 24 su 24 ore della disponibilità della sala parto sono divisi per un numero inferiore di parti. In ultimo è a tutti noto che il parto è un evento non differibile, pertanto ci si può aspettare qualche evento intempestivo o addirittura drammatico qualora non fosse più disponibile un presidio locale.
  • L’elicottero è utilissimo ma può essere considerato solo un completamento di un’organizzazione locale efficiente e tempestiva: le condizioni meteorologiche sono spesso proibitive specie d’inverno e con tempi spesso superiori a quelli necessari per affrontare questo genere di casi.
  • Blocco operatorio: evidentemente anche qui valgono le stesse cose dette per le difficoltà logistiche e di trasporto. La chiusura del blocco operatorio di notte e nei fine settimana porterà al trasferimento non solo delle urgenze maggiori (che già ora di solito vengono inviate negli ospedali centrali), ma anche di quelle urgenze medie e piccole che sono però il 90% delle urgenze chirurgiche. Si prospetta quindi l’intasamento delle strutture centrali come detto sopra.
  • Desta inoltre molta preoccupazione la prossima cessazione dal servizio del Primario di Anestesia; senza questa figura viene a mancare la presenza costante di un operatore locale radicato nel proprio ospedale, senza i problemi che come noto affliggono gli ospedali che si avvalgono troppo di consulenti esterni che non garantiscono la necessaria continuità durante il periodo di degenza.
  • Il grande rilievo dato dalla stampa Trentina all’accentramento delle attività di Mammografia ha causato confusione e preoccupazione fra la popolazione femminile. Anche in questo caso partiamo da dati fra i migliori in Europa, sia come numero di esami effettuati che come tempi di risposta che come percentuale di adesione delle donne allo screening. L’organizzazione attuale prevede l’esecuzione dell’esame nei rispettivi ospedali di valle ad opera di personale altamente specializzato proveniente da Trento. La lettura degli esami avviene già ora a Trento. Eventuali approfondimenti diagnostici vengono eseguiti a Trento richiamando le donne interessate. La centralizzazione di questo servizio comporterà che le donne dovranno andare a Trento, effettueranno l’esame con lo stesso personale che attualmente viene negli ospedali di valle , la  lettura dei radiogrammi sarà fatta da parte degli stessi medici attuali.  Quindi anche qui il problema non è di qualità ma di riduzione dei costi sostenuti dall’Azienda sanitaria. Non verrebbero più effettuate spese per la mobilità del personale che esegue l’esame, mentre nascerebbero costi e disagi per la popolazione che probabilmente causeranno una minor adesione delle donne allo screening e dopo qualche anno un possibile aumento del numero di tumori diagnosticati in fase avanzata.   

In conclusione si possono fare due considerazioni:

la prima è che inevitabilmente si avrà un maggior ricorso a strutture estranee all’Azienda Sanitaria, anche fuori provincia con aumento dei costi di rimborso per le prestazioni effettuate altrove.

la seconda riguarda l’orgoglio di appartenenza a questa Provincia, rappresentato anche dallo Statuto di autonomia che indica la Sanità come competenza esclusiva della Provincia e non nazionale.

Potrebbe essere proprio la Sanità, il primo gradino per la perdita dell’Autonomia.

Giuseppina Vanzo

Assessore alla Salute del Comune di Cavalese

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